Leggendo criticamente ciò vuol dire che, se Roma si mantiene a certi livelli, non è tanto per suo merito, quanto per demerito altrui, cioè per il ritardo accumulato da molti settori del manifatturiero italiano (non a caso si cita Torino come esempio negativo), rispetto alla ridefinizione dei processi competitivi dovuta alla mondializzazione. Molte aree manifatturiere del paese pagano, cioè, la miopia di aver puntato su bassi salari e svalutazione monetaria, anziché sulle innovazioni di prodotto e sulla ricerca. Una metropoli, già basata su servizi, immobiliare e commercio, ha retto meglio, adattandosi alle trasformazioni tipiche di questa fase del capitale.
La questione, però, è che la “crescita romana” presenta le stesse caratteristiche di fragilità evidenziate dove le forze del mercato sono state lasciate libere di agire senza controllo, e produce segmentazione, frammentazione e polarizzazione sociali, che aumentano le sperequazioni di classe. Ciò porta ad esacerbare la conflittualità sociale, che, però, si esprime secondo binari extrapolitici ed in forme lontane da una ricomposizione di classe, essendo, invece, segnata dalla xenofobia e dalla diffusione di microviolenza e mancato rispetto delle regole soprattutto da parte dei più forti nei confronti dei più deboli.
Lo stesso rapporto 2006-2007, se analizzato con cura, e sebbene alle statistiche ufficiali sfugga l’interezza di molti fenomeni, rivela la “polvere nascosta sotto il tappeto”. Il modello di crescita è di tipo consumption led, cioè trainato dal consumo, o meglio da livelli di consumo che vanno al di là del reddito disponibile, copiando in questo l’esempio infausto degli Usa.
Le famiglie romane consumano una parte del reddito a loro disposizione decisamente superiore a quanto avviene nella media italiana, quasi il 93% contro l’86% (2006). La riduzione dei salari reali, l’aumento del costo della vita, massimamente quello per l’abitazione, hanno un impatto sulla demografia della capitale. La grandezza delle famiglie si restringe, mentre la ripresa della natalità ed il saldo positivo della popolazione è ascrivibile principalmente ai flussi migratori (7 abitanti su 100 sono stranieri).
Il tessuto produttivo metropolitano è stato attraversato dai processi di ristrutturazione capitalistica, che hanno proletarizzato molta parte del ceto medio e diffuso lavoro manuale in settori del terziario ieri appannaggio di una borghesia minuta e oggi sottomessi a processi di centralizzazione e “razionalizzazione”, sul modello industriale. Grazie ai processi di esternalizzazione, il principale settore del terziario è ora quello dei servizi alle aziende (245mila addetti), che viene presentato come fiore all’occhiello dell’economia romana, date le caratteristiche di alto valore aggiunto che conterrebbe il lavoro in esso impiegato. In realtà, solo una minoranza dei lavoratori del settore sono impiegati in attività ad “alto valore aggiunto” (neanche 3mila in ricerca e sviluppo), mentre la maggioranza è impiegata in attività ripetitive e di scarso contenuto intellettuale, come pulizie e call center.
Al contempo, le attività artigiane, che rappresentavano una storica componente del tessuto economico e del ceto medio romano, si sono fortemente contratte (in dieci anni -35% come unità, - 43,5% come addetti). Al loro posto, la razionalizzazione del commercio e dei servizi in genere provoca non solo “modernizzazione” ma anche nuove arretratezze. Da una parte, l’avvento di format avanzati, come i centri commerciali, le multisala, i parchi divertimenti e gli ipermercati, che, a loro volta, si legano alla speculazione immobiliare in nuove aree residenziali, a ridosso o al di là del Raccordo Anulare, come nel caso di Parco Leonardo, la Bufalotta, ecc. Dall’altra, aumentano forme arretrate, ma speculari, a testimonianza della crescita della povertà, come i negozi che vendono merci di seconda mano (+6% di incremento medio annuo) e gli ambulanti. Lo stesso, tanto esaltato, proliferare di “imprenditoria” immigrata è rivelatore, in realtà, del sorgere di una distribuzione commerciale minuta e povera, accanto e subordinata a quella dei grandi gruppi nazionali e multinazionali.
Sono tali processi di esternalizzazione e di centralizzazione a trasformare la composizione della forza-lavoro romana, nella quale assume sempre maggiore peso la parte fluttuante e stagnante dell’”esercito industriale di riserva”. Nel comune di Roma 140mila (13% sul totale degli occupati) sono gli impiegati in forme atipiche, cui si aggiungono 45mila che hanno perso il lavoro e ne cercano un altro. L’area dei lavori flessibili interessa nella provincia 259mila lavoratori, pari al 15,1% del totale delle forze di lavoro, mentre nella sola capitale, l’area che alterna periodi di lavoro a periodi di inoccupazione è costituita da 170mila lavoratori, in crescita del 7% rispetto al 2005 e pari al 14% del totale.
La metropoli romana è, quindi, caratterizzata da standard vitali che peggiorano sempre più, non solo per quanto detto sopra, ma anche a causa della incapacità dell’amministrazione di seguire, sul piano delle infrastrutture e dei servizi, il passo dell’espansione capitalistica, lasciata alla “spontaneità” degli interessi dei grandi gruppi immobiliari e commerciali, alla vorace ricerca di forza lavoro, italiana ed immigrata, a poco prezzo, redditi da spremere per la vendita di merci e aree profittevoli da cementificare.
L’insicurezza dei romani non è causata da lavavetri o mendicanti ma dalla subalternità a processi economici generali, che non devono essere lasciati al loro spontaneo manifestarsi, ma che devono, invece, essere governati attraverso le regole ed una pianificazione sociale che non cerchi facili scorciatoie nell’individuazione di “capri espiatori”.