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La grande lezione dell'Ottobre Rosso

A Mosca al corteo per il 90° della Rivoluzione d’ottobre, hanno marciato con le compagne e i compagni russi le delegazioni di almeno 70 partiti comunisti venuti da ogni parte del mondo.
Il Pdci ha voluto essere presente con il segretario nazionale Diliberto, il responsabile esteri Venier, il segretario della federazione romana Nobile, il presidente del comitato federale romano Fredduzzi e almeno altri settanta compagni giunti dall’Italia e dalle federazioni estere.

Il fatto non ha mancato di essere ripreso dalla stampa nostrana, che ha voluto oscurare il significato dei valori di quella grande rivoluzione, ma a noi piace e converrà ricordarla com’era.

Per i comunisti italiani infatti, e non solo per essi, ricordare l’Ottobre è ricordare il punto di partenza della loro stessa nascita, l’origine da cui derivò l’autonomia organizzativa e politica in Italia del movimento operaio e comunista; è ricordare l’epoca nuova che da quei giorni sconvolse il mondo ed è ricordare l’epoca della guerra inter-imperialistica come l’epoca del passaggio dal capitalismo al socialismo.

Lo stesso partito comunista d'Italia nacque nel 1921 su precisa indicazione di Lenin, come sezione della terza internazionale, il partito mondiale guidato a Mosca. Novant’anni dopo l’assalto al Palazzo d’Inverno e a due anni dal centenario della prima grande rivoluzione russa del 1905, vale ricordare quegli avvenimenti e vale ricordarne l’“originalità”, perché nessuna rivoluzione è “normale”, perché ogni rivoluzione è originale come insegnano i bolscevichi, perchè non è dato prevedere il modo in cui potrà manifestarsi l’incredibile carico di libertà e di novità che esprime una rivoluzione, perché il marxismo - come ci ha insegnato Lenin - non è un dogma, ma una guida per l’azione.

Alle critiche, che consideravano la Russia immatura per il socialismo, nel 1923 Lenin rispondeva:

« ..ma un popolo che era davanti a una situazione rivoluzionaria, quale si era creata nella prima guerra imperialista, sotto l'imminenza di questa situazione senza via di uscita, non poteva forse gettarsi in una lotta che gli apriva almeno qualche speranza di conquistarsi condizioni non del tutto ordinarie per un ulteriore progresso della civiltà?

La Russia non ha raggiunto il livello di sviluppo delle forze produttive sulla base del quale è possibile il socialismo. Tutti gli eroi della II Internazionale...presentano questa tesi come oro colato...la considerano decisiva per l'apprezzamento della nostra rivoluzione.

Ma che cosa fare se l'originalità della situazione ha innanzi tutto condotto la Russia nella guerra imperialista mondiale, nella quale erano coinvolti tutti i paesi dell'Europa occidentale che avevano una qualche influenza, ha creato per il suo sviluppo... condizioni in cui noi potevamo attuare precisamente quella unione della guerra dei contadini con il movimento operaio, di cui parlava, come di una prospettiva possibile, un marxista come Marx, nel 1856, a proposito della Prussia?

Che fare se la situazione, assolutamente senza vie d'uscita, decuplicava le forze degli operai e dei contadini e ci apriva più vaste possibilità di creare le premesse fondamentali della civiltà, su una via diversa da quella percorsa da tutti gli altri Stati dell'Europa occidentale? Forse che per questo la linea generale dello sviluppo della storia mondiale si è modificata? Si sono forse perciò cambiati i rapporti fondamentali tra le classi principali di ogni Stato...?

Se per creare il socialismo occorre un certo grado di cultura (quantunque nessuno possa dire quale sia di preciso questo certo grado di cultura, dato che esso è diverso in ogni Stato dell'Europa occidentale), perché non dovremmo allora cominciare con la conquista, per via rivoluzionaria, delle premesse necessarie per questo certo grado, in modo da potere in seguito - sulla base del potere operaio e contadino e del regime sovietico - metterci in marcia per raggiungere gli altri popoli?... »

La rivoluzione russa superò le terribili prove della reazione bianca, dell’embargo trentennale, della aggressione nazi-fascista e della seconda guerra mondiale, salvando l’Europa dal terzo Reich, perché esprimeva la necessità profonda del proletariato e del popolo russo, che hanno avuto nella patria dei soviet e solo con essa la libertà e il progresso costante delle loro condizioni materiali di vita, che per difenderla sono stati chiamati a sacrifici inauditi perché con essa sono apparsi sulla scena della politica e della storia, costruendo la seconda potenza industriale e militare del mondo, riportando grandissimi successi in ogni campo, politico, militare, culturale, scientifico, artistico, sportivo, per i diritti delle donne, che hanno tolto davvero il velo per sempre, cessato l'infibulazione, sconfitto il patriarcato.

Lo stato nato dalla rivoluzione russa, lo stato operaio, è stato per decenni la guida del movimento operaio e comunista mondiale, sotto la sua spinta e grazie al suo attivo ruolo vi furono dopo la seconda guerra mondiale il crollo del colonialismo, la nascita della Cina comunista, il sorgere delle democrazie popolari dell'Est, il rafforzamento del movimento operaio occidentale, la stessa creazione di uno stato sociale di garanzie minime in occidente, il welfare. Ed ancora negli anni cinquanta la stessa via italiana al socialismo, la via delle riforme di struttura, non necessariamente pacifica come ammoniva Togliatti in polemica con la sinistra socialista, veniva formulata nel contesto dell’esistenza dell’URSS, oltre che della Cina di Mao, dei paesi dell’est europeo, dei paesi che si liberavano dall’oppressione coloniale, di tutti i popoli che non avrebbero permesso che la reazione italiana fermasse con la forza il progredire del socialismo (1).

Ogni momento di svolta della vita dell’URSS, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, vissuta fino al 21 dicembre 1991, ha coinciso in Italia con la modificazione del quadro politico, con la nascita o l’estinzione di partiti e movimenti. Dalle 21 condizioni necessarie per l’ammissione alla terza internazionale negli anni venti, che fecero nascere i partiti comunisti della terza internazionale, alla scelta dei fronti nazionali antifascisti negli anni trenta, che li portarono all’unità d’azione con i partiti oppositori del nazifascismo, alla vittoria sul nazifascismo, che portò sulla scena politica insieme ai partiti comunisti, socialisti e popolari, le grandi masse dei lavoratori, fino al suo crollo nel 1991, che vide lo scioglimento del PCI, pur sopravvissuto ai grandi movimenti di massa degli anni precedenti ed alle tante organizzazioni e gruppi che si richiamavano al comunismo e con i quali non seppe entrare in rapporto dialettico. Il resto è stato anche fuga, abiura ed una furia revisionista che non cessa di unirsi e alimentarsi della vandea reazionaria ed eversiva.

Perché quello Stato, nonostante i suoi errori, nonostante il periodo delle violazioni della legalità e della democrazia socialista, della sua successiva involuzione, fece tremare l’intero mondo capitalista, fino al suo epilogo che lo trovò accerchiato ed eroso ben 74 anni dopo. Si confronti coi pochi mesi di vita della Comune di Parigi nel 1871, per immaginare quanto resterà nella memoria l’esempio sovietico. Finché esisteranno le classi, esisterà la lotta di classe. Avanti a noi è nuovamente lo scontro inter-imperialistico dettato dalla crisi economica e dalla necessità di conquista e di rapina, di competizione e lotta tra Stati capitalistici. Oggi gli USA hanno già dimostrato di essere disponibili a condurre delle guerre per il petrolio, per imporre che questo si venda in dollari, per continuare a stampare dollari e scambiarli con le merci del resto del mondo, per accaparrarsi le ultime riserve energetiche disponibili, per impadronirsi della leva del prezzo del petrolio nei confronti delle economie dei paesi consumatori come Europa e Cina e dei paesi produttori come Russia e Arabia Saudita.

La grandezza dell’Ottobre, paradossalmente, si rivela ancor di più oggi, quando ormai è scomparso dalla scena politica internazionale quel grande stato. La sua scomparsa ha infatti determinato un cambiamento epocale, come lo determinò la sua nascita. Dopo la seconda guerra mondiale si dovette venire a patti con l’Unione Sovietica, il sistema internazionale fu basato sul veto delle forze vincitrici, che istituivano un sistema di decisione comune sulla pace e sulla guerra, per impedire il ripetersi di una nuova guerra mondiale, nasceva l’Onu. Il tutto ovviamente era garantito dalla forza militare dell’Unione Sovietica, che aveva dimostrato in guerra di possedere un esercito di prima classe e di essere praticamente inespugnabile.

Oggi invece, sconfitta e scomparsa l’URSS, il mondo si reimmette di colpo in una nuova fase di competizione e di confronto diretto, economico e politico, tra le potenze capitaliste.

Riprende la sfrenata competizione interimperialistica, mentre per decenni i vari centri capitalisti avevano stretto un patto d’azione antisovietico, fondato sulla supremazia del dollaro, costituendo blocco contro quella esperienza, che conobbe trent’anni di embargo internazionale e 74 di guerra militare, commerciale, politica e culturale da parte dell’Occidente capitalistico.

Oggi invece le crisi cicliche dell’economia, che si riproducono su sempre più vasta scala, il movimento diseguale del capitale, uniti alla scomparsa dell'URSS, ripiombano già l’umanità verso guerre preventive e di rapina, per l’accaparramento delle ricchezze di altri popoli, che le grandi potenze affrontano oggi nuovamente in aperto conflitto di interessi tra loro, per lo stesso potere di signoraggio dell’economia mondiale garantito alle valute dominanti ed oggi sempre più anacronisticamente garantito al dollaro statunitense (2).

Novant’anni dopo, nel porre un fiore sulla tomba di Lenin a Mosca, i comunisti italiani ricordano che i bolscevichi non combatterono invano.

Fabrizio De Sanctis

Note
(1) Se il partito comunista italiano si fosse posto obiettivi adeguati dopo la seconda guerra mondiale è la questione che Togliatti invitava a studiare, in un editoriale degli ultimi della sua vita su Rinascita, nel 1964, in cui faceva un bilancio parzialmente amaro della via italiana al socialismo. Quella via originale rispetto alla tradizione della terza internazionale, di cui il Migliore era stato per dieci anni segretario, permessa però – ammoniva – solo dalle particolari condizioni storiche nelle quali era stata formulata. Perché ricordava che «è solo la lotta rivoluzionaria, sono solo le vittorie riportate combattendo, che hanno aperto la strada alla via italiana al socialismo», dal crollo del colonialismo, dalle democrazie popolari nell’Europa dell’est, dalla vittoria comunista in Cina e in molti altri paesi, che non avrebbero permesso la definitiva repressione del movimento di trasformazione economico e sociale che avrebbe gradualmente riformato la società italiana portando la classe operaia a dirigere l’intera società. Quella via aveva conquistato la Repubblica – rilevava - e impedito il risorgere del fascismo, ma quanto a riforme esse si limitavano agli aumenti salariali conquistati con le lotte della classe operaia. Egli si pose quindi anche la questione dell’approfondimento scientifico della possibilità delle c.d. riforme di struttura in un paese come l’Italia. Approfondimento scientifico che in gran parte dopo la sua morte non c’è stato.

Cfr. Relazione introduttiva all’VIII° Congresso del PCI, 12 dicembre 1956, ed editoriale su capitalismo e riforme di struttura, in La via italiana al socialismo, Ed. Riuniti, 1964.

(2) L’attuale fenomeno di signoraggio e le tensioni causate sul piano internazionale tra le varie potenze mondiali sono ben documentate in Euroil di Conti e Fazi, ed. Fazi, settembre 2007.

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