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Intervista a Massimo Rendina

Massimo Rendina, Presidente dell’ANPI Roma e Lazio, ci manifesta con schiettezza e sincera disponibilità il suo pensiero sull’oggi, sul ieri e sul domani della politica e della società italiana.

Presidente, nell’attualità politica c’è un nuovo soggetto: il Partito Democratico...
Sarà utile al fine di una giusta evoluzione della politica, a condizione che

non scelga di muoversi indistintamente verso sinistra o verso destra a seconda del momento, seguendo il discutibile modello di Partito “americano”, quello in cui la politica è vista come show, business, luogo di ricerca e consolidamento del potere, senza approfondire il conflitto tra capitale e lavoro.

C’è motivo di pensare che possa essere così...
Quando sento parlare di un partito senza tessere, di un partito senza reale radicamento sui territori e nei luoghi di lavoro, di un partito, aggiungo io, comitato elettorale, mi viene il dubbio che si vada in quella direzione. Per dirla con Aldo Moro corriamo il rischio di determinare una democrazia bloccata dove il fulcro è sì il Partito Democratico, ma la ricerca delle alleanze ora con gli uni ora con gli altri rischia di bloccare il progresso della società a beneficio del privilegio della casta.

Serve dunque il Partito Democratico?
Serve. A condizione che scelga chiaramente da che parte stare. Rafforzi la sua identità come degno erede della migliore storia democratica ed antifascista italiana. Faccia proprio lo spirito del CLN, quello dell’unità, della netta contrapposizione alla destra. Un po’ come diceva De Gasperi.

Sembra che tu parli di un partito indistintamente di centro, come se i DS non fossero confluiti in esso, con la loro storia, la loro tradizione, le loro priorità...
Il Partito Democratico è un Partito di Centro che cerca alleanze con settori della società. Il Parlamento certo corre il rischio di essere luogo di burocrazia. Nella società bisogna starci, instaurare rapporti veri. Da questo punto di vista il Partito Democratico è tutto da scoprire.

La sinistra?
Deve unirsi, senza remore né preclusioni. Essere la coscienza critica del Paese. Tenere alti i valori Costituzionali e quello che essi rappresentano. Deve dirci chiaramente quali sono i punti di rottura con le deviazioni del Comunismo e fare propria la gloriosa tradizione del Partito Comunista Italiano. Fare una politica di stampo liberale, non liberista sia chiaro, criticare la logica dominante del mercato. Entrare nelle nuove contraddizioni del mondo e per questo essere internazionalista, impedire che gli stati più potenti svolgano la funzione che dovrebbe essere dell’ONU. Le battaglie che hanno reso grande il PCI sono ancora attuali, vanno fieramente portate avanti, alcune certo vanno evolute. Bisogna favorire il progresso sociale e tutelare il benessere, altrimenti si corre il rischio di essere identificati solo come coloro che vogliono tornare in dietro. Col Partito Democratico va cercata l’uguaglianza nelle differenze.

Il Comunismo?
Va inteso come aspetto rivoluzionario dello spirito. In questo mondo deve cessare, ad ogni costo, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di etnie su altre etnie, di stati su stati, di popoli su popoli. Il modello Marxista va attuato in pieno. Il Comunismo deve fare questo e qualcosa in più, deve essere speranza e proposta, non solo contrapposizione allo stato di cose esistente. Sia chiaro che se ciò non accade, c’è il baratro.

La destra?
È un mix di frustrazioni passate e presenti derivate dalla sconfitta del nazismo e del fascismo e dalla crisi del capitalismo che ormai anche la Chiesa denuncia. È un insieme caotico di ideologie anche in conflitto tra loro. Non credo sia riproponibile il fascismo della prima ora, né quello repubblichino. I fatti dell’oggi li vedo come dimostrazioni, se pur pericolose, di impotenza. Ad esse bisogna contrapporre la cultura della solidarietà, del rispetto, della libertà, dell’essere, a dispetto delle sottoculture dell’egoismo, dell’oltraggio, dell’avere.

Vincenzo Calò

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