Un osservatore poco attento delle cose che accadono nel mondo del lavoro, di fronte a quello che è accaduto fra i lavoratori del nostro Paese, nel mese di ottobre, potrebbe dire che viviamo in giorni ben strani.
Fra l’8 e il 10 ottobre milioni di lavoratori hanno partecipato al referendum indetto dalle Organizzazioni Sindacali sull’accordo raggiunto con il Governo sul Protocollo sul welfare assegnando al Sì su quell’accordo, una schiacciante maggioranza.
Il 14 ottobre milioni di cittadini, di cui una gran parte lavoratori, hanno partecipato alle primarie per l’elezione del Segretario del Partito Democratico, di un partito che fa dell’equidistanza fra lavoro e capitale una delle sue caratteristiche identitarie.
Il 20 ottobre un milione di persone, in stragrande maggioranza lavoratori, hanno dato vita a Roma alla più grande manifestazione politica della sinistra degli ultimi venti anni,per chiedere una svolta politica all’azione di governo a vantaggio dei lavoratori e per modifiche profonde al protocollo sul welfare.
Nei giorni successivi sono state indette dalle Organizzazioni Sindacali tutta una serie di mobilitazioni di importanti categorie, a cominciare da quella di venerdì 27 del lavoro pubblico, per il rinnovo dei contratti di lavoro scaduti ma anche per segnare una svolta nella politica economica del Paese.
Ecco, davanti a tutto questo, il nostro osservatore disattento non potrebbe che scuotere la testa rinunciando a capire il perché di questa realtà.
Ma noi che non siamo, e non possiamo permetterci di essere osservatori e ancor meno disattenti, dobbiamo interrogarci e sforzarci di capire qual è il filo rosso, cosa bolle dentro la pentola del mondo del lavoro, cosa veramente vive dietro quello che appare, di primo acchitto, un coacervo di contraddizioni.
In queste righe chi legge certamente non troverà la “risposta”, ma un modesto tentativo di mettere alcuni punti fermi alla riflessione.
Cominciamo dal referendum e dall’apparente contraddizione fra il suo risultato e la vastissima partecipazione di lavoratori alla manifestazione di sabato 20 ottobre.
- I No al referendum non sono un pezzo marginale/residuale del mondo del lavoro, in primis per le dimensioni (parliamo comunque di circa un milione di lavoratori) ma soprattutto per ragioni sociali e politiche. Anzi. Non lo sono socialmente. Il No ha avuto la sua parte più massiccia nelle grandi fabbriche, ma anche in pezzi significativi del lavoro pubblico, dei servizi, in settori ad alto contenuto tecnologico e in quelle realtà in cui il lavoro precario la fa da padrone. Non lo sono politicamente. La battaglia per il No ha coinvolto una vasta rete di delegati, strutture che sono state in prima fila nel trainare la lotta sociale di questi ultimi anni. Sarebbe interessante capire quanto di quel No viene dal mondo della CGIL, dai suoi iscritti, da i suoi delegati, dal suo popolo.
- Ma anche i Sì vanno letti. Quei milioni di Sì non esprimono una adesione acritica e convinta ai contenuti del Protocollo bensì una logica di limitazione del danno, una sfiducia/rassegnazione che tanto più di così non c’è da sperare. Sarebbe interessante che qualche istituto di sondaggi ci dicesse quanta parte dei “4” milioni di Sì ha visto con favore la manifestazione di sabato 20 ottobre, e vedrebbe con favore modifiche progressive di quel protocollo. E qualche riscontro ce lo abbiamo, anche se su di un terreno particolare, un po’ più scientifico del nostro naso di vecchi comunisti, se è vero quello che sostiene Mannheimer sul Corriere della Sera che da un sondaggio risulterebbe che il 20% (uno ogni cinque) di quelli che hanno votato per le primarie del Partito Democratico simpatizza per i manifestanti del corteo del 20 ottobre. Una domanda osé: se si votasse oggi, dopo quel sabato, il risultato sarebbe proprio identico?
Veniamo alla grande manifestazione del 20 ottobre, con la sua gioia e la sua forza. Quella piazza ci ha consegnato una responsabilità formidabile. A quei lavoratori che erano lì, ma anche a quelli che lì non erano ma potevano starci, occorre dare una risposta
Anche qui alcuni punti fermi.
- Guai se i Comunisti scegliessero una linea di nicchia, si rinchiudessero nel recinto autoconsolatorio del dissenso ancorché di massa. Dobbiamo navigare nelle contraddizioni del mondo del lavoro, con una linea che guarda all’interezza del mondo del lavoro, con una linea di massa che punta alla egemonia. E lo possiamo fare oggi incommensurabilmente più forti. È possibile oggi una battaglia che sappia intrecciare iniziativa istituzionale con mobilitazione politica e battaglia sociale e che punti a spostare in avanti i contenuti del protocollo, ad eliminare gli obbrobri in esso contenuti, ad inserirvi pezzi di Programma persi per strada. È questa, dopo quella imponente manifestazione, una battaglia credibile.
- Sviluppare questa battaglia, dargli connotati di massa, è garanzia di tenere aperto il fronte della lotta alla precarietà, del superamento della Legge 30, della questione epocale dei diritti per tutto il mondo del lavoro.
- Sviluppare questa battaglia fino in fondo è condizione imprescindibile per affrontare l’altra che sta avanzando a passi da gigante, quella del reddito, della distribuzione della ricchezza nel nostro Paese, a cominciare dai rinnovi contrattuali.
- Sviluppare questa battaglia con le caratteristiche di massa è l’unico modo possibile per rispondere alla domanda di rappresentanza politica che viene dal mondo del lavoro, un mondo del lavoro che nel nostro Paese, da troppo tempo, è per la politica un emerito sconosciuto.
Enrico Chiavini
Fabio De Mattia
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