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Il libro: Euroil, la borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano.
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Il dollaro è ormai simile a Willy, il celebre coyote dei cartoni animati. Nell’inseguimento del suo storico nemico Beep-beep, varca l’orlo di un precipizio, continua per un po’ a correre in aria fin quando non si accorge di trovarsi nel vuoto e si schianta per terra. Sono anni che il dollaro corre nel vuoto. Il problema è di capire se e quando si schianterà, o se riuscirà a fare un atterraggio morbido. Tutti concordano su un punto: gli squilibri strutturali degli usa non sono sostenibili, a meno che non vengano difesi con una serie continua di guerre.

Un albergo nel deserto, il Flamingo Hotel, dove si incontrano da qualche tempo strani uomini d’affari di tutto il mondo. Clima torrido, qualche centro commerciale che vende prodotti di griffe occidentali. Non siamo a Dubai, ma su un’isoletta

sperduta nel Golfo Persico, a pochi chilometri dalla costa iraniana: Kish. Cosa ha di tanto speciale questo lembo di terra brulla e senza particolari attrattive turistiche? È presto detto: nel giro di pochi mesi potrebbe ospitare una nuova borsa del petrolio, dove l’oro nero sarà venduto in euro e non, com’è avvenuto finora in tutto il mondo, in dollari. Un fatto apparentemente poco importante, trascurato quasi del tutto dalla stampa occidentale. Al contrario, nei blog e nei giornali on line infuria il dibattito e una domanda ricorrente emerge nelle discussioni sul web: la borsa iraniana potrebbe davvero sancire l’inizio del declino della superpotenza americana e avviare una nuova fase economica e politica su scala mondiale?

Grazie a un’attenta analisi delle teorie più recenti e a un’inchiesta sul campo condotta nell’isola di Kish, Conti e Fazi ci offrono – secondo la recensione della casa editrice - uno spunto critico per comprendere quali sono gli interessi degli usa nella complessa partita che si sta giocando sull’energia. E, soprattutto, danno vita a un agile pamphlet per farsi un’idea non solo sulle potenziali conseguenze dell’apertura della nuova borsa, ma anche sul sistema che ha consentito all’indissolubile connubio fra petrolio e dollaro – alla base dell’impero economico statunitense – di dominare fino a oggi il mercato internazionale.

Nel 17° anniversario dell’inizio dei bombardamenti dell’Irak da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, cui l’Italia partecipò coi suoi Tornado, e della prima guerra del Golfo, si è svolta alla libreria Bibli di Trastevere la presentazione del nuovo libro di Paolo C. Conti ed Elido Fazi. Con gli autori ne hanno discusso tra gli altri il responsabile nazionale Esteri Pdci Jacopo Venier, il segretario della federazione romana Pdci e capogruppo in Campidoglio Fabio Nobile, il responsabile formazione della stessa federazione Domenico Moro, il giornalista economico del Manifesto Francesco Piccioni ed il caporedattore di Radio Città Aperta Sergio Cararo.

Lo scenario della crisi recessiva mondiale, quale crisi ciclica da sovra produzione di capitale che è sotto gli occhi di tutti, ma di enormi proporzioni, la creazione e lo sviluppo del mercato capitalistico su scala globale con lo sviluppo economico diseguale dei paesi capitalistici, l’aperta conflittualità commerciale ed economica tra le grandi potenze mondiali, con la crescita dell’Europa e dello stesso ruolo dell’euro negli scambi internazionali e quale moneta di riserva, con la crescita della Cina e dell’India e della Russia, tutto lascia prevedere l’abisso a cui i vari predoni internazionali vogliono preparare le loro sterminate masse di lavoratori salariati, precari e disoccupati.

Il libro di Conti e Fazi mette a nudo una delle travi dell’impero statunitense, che ha permesso agli inquilini della Casa Bianca ed al sistema capitalistico statunitense di profittare dagli ultimi anni settanta ad oggi, con la nuova concorrenza dell’Euro, di una moderna forma di taglieggiamento del mercato mondiale, una sorta di signoraggio, come essi lo definiscono, nell’epoca della globalizzazione capitalistica. Avendo conquistato al dollaro, dopo lo sganciamento dall’oro, il ruolo di moneta necessaria per gli scambi commerciali internazionali, per l’acquisto del petrolio anzitutto e di moltissime altre materie prime, gli USA si sono garantiti di importare per decenni una enorme quantità di merci da tutti i mercati del mondo che necessitano di dollari, semplicemente stampandoli e scambiandoli con esse merci. Accumulando fino ad oggi un passivo nella bilancia commerciale pari, annualmente, al doppio del prodotto nazionale lordo italiano, 862 miliardi di dollari nel 2006.

Per garantire questo signoraggio, ma anche la loro già preminente posizione a livello mondiale, gli Stati Uniti hanno intrapreso la prima guerra del Golfo e la successiva invasione dell’Irak. Per lo stesso motivo il governo statunitense vorrebbe invadere l’Iran, il cui governo ha annunciato che inizierà ad operare, ma non si sa ancora bene quando, una borsa iraniana del petrolio che negozierà il prezioso idrocarburo in euro e non più in dollari.

Questa la minaccia che gli Stati Uniti non possono tollerare e che l’Iran stenta a mettere in campo.

Lo studio dell’analisi di Conti e Fazi pone diverse questioni ad ogni sincero democratico e, come comunisti, ci pone di fronte a questioni di fondo. Anzitutto perché già vagheggia nella borghesia nostrana il sogno imperialista di poter condividere con gli Stati Uniti questo diritto di signoraggio, o di poter lottare per la sua conquista. In secondo luogo perché ci squaderna una fase internazionale completamente nuova rispetto a quella aperta dalle grandi vittorie riportate sul nazifascismo con la seconda guerra mondiale.

I rapporti di forza sono cambiati e l’Onu è ormai un simulacro di legalità internazionale, sempre più calpestata o ridotta a ratificare decisioni statunitensi, l’Unione sovietica non esiste più e con essa è caduta la cortina di ferro, che separava il mondo dal paese dei soviet ma teneva legati, l’un l’altro accomunati da cotal nemico, tutti i grandi paesi capitalistici, mentre invece oggi essi riprendono la sfrenata competizione economica tra di essi ed il più forte muove guerra per i propri interessi in ogni regione del mondo e si trova in condizioni di poter o di dover (capitalisticamente dover) allontanare la crisi con una nuova guerra. Il colonialismo risorge con la rapina preventiva delle ricchezze dei popoli del c.d. terzo mondo. I regimi dei paesi dell’Est sono quindi caduti sotto i colpi della guerra fredda occidentale.

Di fronte a tutto questo il bonapartismo perennemente invocato dagli industriali di casa nostra, la retorica del decisionismo, del nuovo che seppellisce il vecchio, la retorica del leader forte e salvatore, in un contesto di rigurgito di nuove e vecchie forme di reazione, preoccupa di più se si guarda alla vastità della crisi economica mondiale e si ricorda come la borghesia anzitutto nostrana, il paese più debole tra gli imperialisti e con le peggiori condizioni di vita dei lavoratori, si sia già preparata una volta alla crisi economica con un regime autoritario e ne sia uscita con una guerra.

L’immissione nel mercato del lavoro capitalistico di centinaia di milioni di nuovi lavoratori cinesi, indiani, con l’immigrazione in Europa di 5 milioni di lavoratori dell’Est, testimoniano che i vecchi ingranaggi dell’imperialismo non hanno mai smesso di funzionare e che oggi, sconfitta l’URSS, essi possono riprendere a masticare il mondo, sfruttandolo fino a farlo diventare inutile ed inservibile.

In mancanza dell’emancipazione di tutti gli uomini e di tutte le donne dal bisogno, dal lavoro salariato, dal precariato e dalla disoccupazione, il vecchio terribile mondo di Carlo Marx e di Antonio Gramsci ha vinto una battaglia e reclama la sua parte, eppure già in nuove parti del mondo si afferma il socialismo, eppure proprio in questa fase si hanno nuove e moderne forme di conquiste per i popoli dell’america latina e non solo.

Allora compagne e compagni sotto con la battaglia delle idee, perché come diceva Henry Ford: «È un bene che la gente non sappia come funziona il nostro sistema monetario. Perché, se così fosse, credo che ci sarebbe una rivoluzione entro domani mattina».

Fabrizio De Sanctis

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