Non può sorprendere, quindi, la sfida tra PDL e PD tra chi è migliore interprete degli interessi dominanti con programmi profondamente simili. In qualche modo i due schieramenti cercano di comporre, attorno al grande capitale finanziario, i blocchi sociali, magari parzialmente diversi, che cercano di tenere insieme l’articolazione delle classi del nostro Paese. D’altra parte la presenza di forze come la lega, dell’UDC rende evidente che l’articolazione sociale del nostro Paese è molto complessa e difficilmente componibile e riducibile a due formazioni.
Ma l’obiettivo della normalizzazione è proprio la sinistra e le forze che vogliono esprimere una rappresentanza autonoma della classe lavoratrice. La presenza dei comunisti e della sinistra in Parlamento dovrà avere un ruolo fondamentale per esprimere nelle sedi istituzionali una conflittualità di classe che va ripresa nel Paese.
Veltroni ci racconta che è finita la lotta di classe. Ci ricorda quel filosofo giapponese che all’inizio degli anni novanta ci raccontava che la storia era finita, che per certi versi è la stessa cosa. Ma come si deve definire la volontà di Confindustria di attaccare il contratto nazionale di lavoro, oppure quella di non accettare nessun meccanismo di tutela automatica dei salari se non lotta di classe? In realtà quella che deve essere rilanciata è la conflittualità di classe dal punto di vista dei lavoratori: sul piano della difesa dei salari, sul terreno della difesa ed il rilancio della democrazia nei luoghi di lavoro, sul piano della difesa degli spazi di agibilità democratica complessivi nel Paese.
Sarà un percorso complicato in cui per avere un tattica adeguata si deve elevare il livello di elaborazione strategica.
La scelta di arrivare ad accordi con il PD negli enti locali come è avvenuto a Roma, nasce proprio dall’esigenza di mantenere nell’alveo della politica e non nella testimonianza il contrasto al progetto veltroniano.
La sfida a Roma, che comunque impedisce di far governare alla destra la città di fronte all’inquietante quadro nazionale su descritto, è quella di tenere aperta una competizione egemonica sui settori sociali che come comunisti e come sinistra contendiamo al PD. Se su lavoro, casa, laicità c’è un accordo sulla politica locale ogni conflitto nella realizzazione di tale programma investe anche le dinamiche nazionali. Se saranno adeguati i rapporti di forza che consegneranno le urne si può riaprire lo spazio perché con la politica si recuperi terreno e con esso si lavori ad una prospettiva. La Confederazione della sinistra che è lo sbocco unitario che come comunisti proponiamo alle forze che oggi compongono la Sinistra l’Arcobaleno, ha proprio questa ambizione: costruire una forza di sinistra nell’autonomia delle soggettività politiche che la compongono per aprire nella società e tra i lavoratori un confronto sulla prospettiva storica.