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rivista on line della federazione romana dei comunisti italiani
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| Alcune riflessioni dopo il voto del 13 e 14 aprile 2008 | ||||||||||||||||||
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Dopo la sconfitta elettorale di proporzioni colossali che la sinistra ha subito, non c’è spazio per ragionamenti di carattere tattico o per analisi affrettate. E’ necessario aprire un dibattito di portata strategica e con una spietata visione di ciò che è accaduto. L’analisi della sconfitta non permette a nessuno di salvarsi l’anima sulla tattica elettorale o piuttosto soltanto sulla relazione con il Governo Prodi. E’ chiaro che anche questi aspetti hanno pesato nel risultato finale, ma se si vuole ripartire davvero è alle profonde radici dove affonda la sconfitta che bisogna guardare. La sconfitta del 13 e 14 aprile è la sconfitta di tutto il gruppo dirigente che dal ’91 ha diretto l’intero processo della rifondazione comunista. Non è un caso se Cossutta e Bertinotti, i più rappresentativi di quella storia e di quel gruppo dirigente, ora sono usciti di scena. Ha prevalso nella costruzione di quel percorso la tattica sulla strategia. Un percorso che non è stato in grado di capire fino in fondo la transizione che il nostro Paese stava attraversando fino a rimanerne travolto. Il 1998 rappresenta in questa storia un momento cruciale che ha contribuito in maniera decisiva alla nostra sconfitta. In una fase decisiva in cui il PRC viaggiava vicino e oltre il 10% dei consensi, in cui si sviluppava un radicamento sociale importante, con una sostanziale massa critica quale garanzia primaria di autonomia politica, l’allora gruppo dirigente guidato da Bertinotti decideva con una logica tutta tatticista di far cadere Prodi. Chi non era d’accordo uscì e costruì il PdCI. Una scelta, quella della scissione, che alla luce degli avvenimenti non è riuscita a costruire una linea alternativa a quella bertinottiana e questo è un pezzo importante della nostra riflessione. E si è comunque pagato l’oggettivo prezzo di essere condizionati dalla direzione maggioritaria del Prc, senza le dimensioni che potevano permettere di rendere incisiva una diversa direzione politica al movimento comunista e della sinistra di questo paese. Da quel momento nei due Partiti ha prevalso, con punti di vista diversi, alla riflessione strategica una disputa spesso tutta tattica. Dopo quel momento e la drammatica stagione dell’agonia del centro-sinistra datata con i governi D’Alema prima e Amato dopo, dal 2001 sono passati anni in cui entrambe le organizzazioni si sono mosse dentro un movimento di massa che dopo la vittoria di Berlusconi provava a ripartire. Una situazione che ha comunque dato linfa al PdCI e al Prc ma senza il rilancio di un vero e proprio progetto politico. La vera direzione politica di quel movimento è stato in mano all’unica organizzazione di massa e di classe rimasta nel Paese: la CGIL. Con la vittoria di misura di Prodi e l’ingresso al Governo, si è consumata l’ultima fase in cui è maturata la sconfitta. Alle grandi aspettative non corrispondeva la forza organizzata di un Partito in grado di esprimere politicamente gli interessi di classe che nel Governo trovavano difficoltà a trovare risposte. Si sono manifestati errori tattici nella relazione con il governo, ma certamente figli di un ritardo di un progetto politico autonomo e di massa in grado di reggere qualsiasi urto. In questo senso è esemplare la manifestazione del 20 ottobre, una manifestazione il cui il Partito con la P maiuscola si ricomponeva a livello di massa ma i suoi gruppi dirigenti, in primo luogo la sua parte maggioritaria che è l’attuale PRC, si attardava a rendere indispensabile l’apporto di quella parte della sinistra che era favorevole all’accordo sul welfare e che ha condizionato le successive scelte sul governo. Certamente anche tale aspetto ha pesato notevolmente anche nella definizione di una connotazione chiara della lista “la Sinistra l’Arcobaleno”. La linea del soggetto contenitore dei diversi disagi del nostro tempo espressi soggettivamente, la linea che rifiuta la sintesi e la centralità della classe lavoratrice nel conflitto è rimasta egemone, non è mai stata sufficientemente contrastata e ci ha portato alla rovina. E’ chiaro che per noi del PdCI le scelte erano obbligate. E anche questo è un elemento che ci deve far ragionare. Mentre si navigava a vista, in Italia procedeva la nascita del PD, si rafforzava un egemonia articolata delle classi dominanti e si tendeva a chiudere lo spazio per una rappresentanza autonoma di classe. Siamo arrivati all’ appuntamento elettorale senza avere altra scelta: quella di stare nella nuova forma che prendeva il processo della Rifondazione comunista: La lista “la Sinistra l’Arcobaleno”. Se non si da una lettura di lungo periodo alla sconfitta, non si capiscono neanche gli errori dell’oggi. Questo ovviamente non può e non deve essere un alibi rispetto agli enormi limiti di elaborazione, organizzativi e conseguentemente politici che abbiamo avuto come PdCI. Il limite originario della modalità della nostra nascita ha comportato in parte questi stessi limiti, a cui vanno accostati anche quelli soggettivi e finanche tattici di non minore importanza. Se queste considerazioni sono vere l’unità dei comunisti e andare oltre il 1998 è l’unica strada da percorrere per rilanciare un’accumulazione delle forze, consapevoli che sarà un’altra cosa fare politica in queste condizioni. Consapevoli che il nostro sforzo come PdCI deve e può condizionare la discussione dei comunisti e di quello che rimane della sinistra italiana. Una rinnovata elaborazione strategica, spinta all’accumulazione delle forze e tesa alla faticosa conquista dell’autonomia politica potrà dotare il partito della necessaria agilità tattica che la situazione comporta. In questo senso non si tratta di discutere, e comunque non può essere il centro della discussione, sul mai ad alleanze con il PD o alleanze semplicemente per sopravvivere. Su questo solo una breve riflessione. I comunisti sono alternativi in se, le alleanze attengono al campo della politica che è l’arte del possibile e rappresentano un elemento essenziale nella lotta per l’egemonia. Sono persuaso che non ce ne faremmo nulla di un’appendice di sinistra del PD, ma sono altrettanto persuaso che non ce ne faremmo nulla di un Partito modello il Pcl di Ferrando che vive di luce propria senza avere niente a che fare con “la guerra di posizione” che si dovrà fare e che rimanda alla giusta interpretazione leninista che Gramsci da del percorso rivoluzionario in occidente. Insieme alla definizione di un orizzonte strategico che costruisca il giusto nesso tra contesto internazionale e dinamiche locali, tra classe e soggetto politico, al rilancio della battaglia delle idee è necessaria un’organizzazione complessivamente rinnovata nella sua strutturazione perché sia in grado di essere la giusta mediazione tra teoria e prassi. Questo è il compito dei prossimi mesi, dei prossimi anni che ci può rendere parte dirigente di un processo qualunque sia l’esito del Congresso del Prc. Partire dall’autocritica senza capri espiatori o salvatori della patria è l’unico modo per riaprire una stagione dopo una sconfitta di cui ognuno dalla posizione di direzione che ha svolto in questi lunghi anni ha la sua parte di responsabilità. Un congresso vero e non rituale è quindi indispensabile. Pena: l’oblio. Fabio Nobile |
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