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rivista on line della federazione romana dei comunisti italiani
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| Tiburtina Valley, il distretto tra industria bellica e hi-tech | |||||||||||||||
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Roma è una “città multiforme” nella quale si sovrappongono varie strutture socio-economiche. Tali strutture si intrecciano in una realtà tipicamente metropolitana e cioè policentrica e molto complessa sia dal punto di vista produttivo sia dal punto di vista della composizione di classe. Continua certo ad esistere una Roma amministrativa, con la presenza massiccia degli organismi del governo centrale nazionale e di quelli locali. |
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Ma sono fortemente presenti anche il settore del commercio moderno, basato sulla grande distribuzione organizzata, quello bancario, della ricerca e dell’istruzione, e quello dei servizi alle aziende ed alla persona, che hanno subito negli ultimi un impulso notevolissimo, anche grazie alla privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi pubblici. C’è poi l’industria. Quando parliamo di industria non dobbiamo intendere soltanto la classica industria manifatturiera e l’edilizia, storicamente molto presente a Roma, ma anche settori industriali come quello del turismo, delle telecomunicazioni, dell’energia e delle utility, dell’audiovisivo, dell’intrattenimento e della cultura. Settori che spesso vengono inclusi nei servizi, ma che di fatto rappresentano nuove ed in alcuni casi ormai neanche tanto nuove branche dell’industria, determinate dal procedere dello “sviluppo” capitalistico, sempre alla ricerca di più redditizi settori di investimento. Mantenendo, invece, il nostro discorso sull’industria manifatturiera, bisogna dire che questa a Roma presenta delle caratteristiche particolari. La principale zona industriale romana all’interno del territorio comunale - è quella situata lungo la Tiburtina, detta appunto Tiburtina Valley, per analogia con la Silicon Valley, l’area che divenne famosa negli Usa per l’alta concentrazione di aziende hi-tech all’epoca dell’esplosione dell’industria informatica. La Tiburtina Valley si caratterizza per la preponderanza delle produzioni elettroniche e hi-tech, che si collegano con l’area produttiva hi-tech e col polo farmaceutico di Pomezia, altra grande area industriale che fa dell’area metropolitana romana la terza provincia industriale del paese, e col polo dell’elettronica di Avezzano. Le produzioni della Tiburtina sono rivolte, però, soprattutto al settore militare e aerospaziale. In questo modo, lo sviluppo industriale romano ha rispecchiato una tipicità dello sviluppo capitalistico italiano: la forte integrazione tra industria e Stato, molto spesso sulla base delle commesse belliche. La forma che questa integrazione ha assunto è stata quella del monopolio, cui si collegavano, in modo subalterno, la piccola e media industria. Non è un caso, infatti, che una delle maggiori aggregazioni dell’industria bellica sia sorta a Roma, cioè in contiguità con il potere politico centrale. Sono più di quaranta anni, dagli anni ‘60 e ‘70, che la Tiburtina Valley esiste, ospitando le principali aziende nazionali del settore bellico, come Selex, Elettronica, Thales Alenia, Telespazio, Mbda. Oggi, le “partecipazioni statali” e l’IRI, di cui queste aziende facevano parte, sono state abolite, a seguito dei processi di privatizzazione, lasciando però intatto un sostanziale monopolio nel settore. Infatti, la gran parte delle aziende belliche presenti sulla Tiburtina fanno parte di un unico grande gruppo, Finmeccanica. Si tratta di un gruppo il cui azionista principale è ancora lo stato (32,5%), ma che si muove come una multinazionale, con insediamenti produttivi negli Usa e nel resto d’Europa, soprattutto in Gran Bretagna, che, a seguito di importanti acquisizioni nel campo elicotteristico, è considerata un mercato domestico quasi al pari dell’Italia. Finmeccanica agisce seguendo logiche proprie ma con una forte integrazione con i vertici delle Forze Armate. Comunque, non è un caso che Finmeccanica sia l’azienda italiana, che, grazie al solito sostegno dello Stato, spende di più in ricerca e sviluppo. Ritornando alla Tiburtina Valley, le aziende appartenenti a Finmeccanica contano nell’area 6mila dipendenti. Di questi il gruppo principale, con 1700 unità, è quello della Selex che si occupa di radar e che è dislocata su un’area di 112mila metri quadrati. Thales Alenia e Telespazio, nate dalla collaborazione con il colosso francese Thales, si occupano di aerospazio e difesa e, in particolare, oggi sono impegnate nel progetto europeo “Galileo” di navigazione satellitare, che dovrebbe competere addirittura col Gps statunitense. Mbda è, invece, una joint venture con la britannica Bae ed Eads ed è impegnata nella costruzione di sistemi di controllo per i missili. Accanto alle aziende del gruppo Finmeccanica c’è un consistente indotto, formato da servizi all’impresa, trasporti e forniture, che porta il totale delle aziende sulla Tiburtina a 3mila. A Finmeccanica si è, però, aggiunto recentemente un altro protagonista: il Tecnopolo tiburtino. Questa struttura inizia a prendere forma nel 1995 con la fondazione di Tecnopolo spa (95% della Camera di Commercio di Roma, 3,35% di Acea e il resto di vari altri azionisti tra cui Sviluppo Lazio, Filas, Provincia di Roma ed Enea) e viene inaugurata nel 2003, come polo di aziende medio-piccole dell’alta tecnologia. Oggi il Tecnopolo ospita, su un’area di 70 ettari, 65 imprese, di cui 29 concentrate proprio sull’Ict, e produce un fatturato di 6 miliardi annui destinati ad accrescersi per lo sviluppo dell’urbanizzazione, visto che la zona è una delle 18 aree centrali individuate dal piano regolatore. Anche la regione è intervenuta nell’area mettendo a punto un piano che prevede l’utilizzo dei contributi a sostegno dei distretti industriali. Lo sviluppo futuro del Tecnopolo è poi legato alla possibilità che Roma ottenga di essere una delle sedi del progetto Galileo. Al Tecnopolo, infatti, potrebbe arrivare la Gsa (autorità di sorveglianza del progetto Galileo), con una considerevole ricaduta in termini di investimenti (ad esempio laboratori come il safety and security center) e di immagine internazionale. Un elemento di criticità, per risolvere il quale le amministrazioni locali hanno promesso l’allungamento della metro B ed il raddoppio della Tiburtina, è quello dei trasporti, il cui stato attuale rende difficoltoso il collegamento del distretto col resto della città. Il Tecnopolo ha circa 4mila dipendenti (ma punta di arrivare ai 6mila in sei o sette anni) e con Finmeccanica raggiunge i 10mila, mentre l’intero distretto della Tiburtina comprende 30mila addetti se consideriamo anche le imprese dell’indotto. Si tratta di una segmento della classe lavoratrice romana, impegnata in produzioni avanzate, e quindi con specificità particolari, che la rendono a pieno titolo parte di una moderna classe operaia metropolitana, caratterizzata da nuovi aspetti di subalternità alla riproduzione del capitale. Tra questi aspetti è sicuramente centrale quello della conoscenza, che, infatti, essendo connessa ai centri di ricerca e al mondo universitario così presenti nella nostra città, è un’altra delle ragioni, insieme alla vicinanza dei centri decisionali della politica, della nascita del distretto hi-tech proprio a Roma. Appare così evidente che lo studio dell’area produttiva della Tiburtina Valley, della sua interconnessione con gli altri settori della vita produttiva ed economica metropolitani, e della sua particolare composizione di classe è sicuramente una parte importante della ricognizione della realtà produttiva romana. Una ricognizione che risulta necessaria per lo sviluppo ed il radicamento territoriale di un partito che sia moderna ed adeguata espressione dei lavoratori romani e della loro capacità di inserire il loro punto di vista nella definizione degli assetti di governo futuri di questa realtà multiforme e contraddittoria che è Roma. Domenico Moro Domenico Moro |
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